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2019-09-18 15:53:26

Un metodo educativo per trovare il lavoro che ami, rispettando l’ambiente, ascoltando il tuo corpo. Floris Koot lo porta in Italia grazie ad INN-VENETO

Cesare Granati


Floris Koot, 61 anni, olandese, è co-founder della scuola internazionale di Amsterdam Knowmads, educatore eclettico, “I’m crazy” ci dice senza mezzi termini, aiuta le persone, giovani e adulti, a cercare lavoro, un lavoro in linea con i propri valori e le proprie passioni, per continuare ad essere liberi. Proprio come lui. Lo abbiamo incontrato grazie al progetto INN-Veneto e alla collaborazione con UMANA Forma, per capire meglio il suo metodo formativo e per conoscerne progetti e obiettivi futuri.

 

Chi è Floris Koot? Di cosa ti occupi? 

 

“Vengo dal teatro, in quell’ambito ho iniziato ad occuparmi di formazione e da lì sono partito per confrontarmi con altri mondi, portando la mia esperienza e le mie competenze e apprendendone di nuove. Oggi ho vari titoli, co-creative designer, facilitator, e molti altri, ma quello che faccio è sempre educare le persone, giovani e adulti, disoccupati, occupati e manager, perché possano crescere professionalmente, trovare un lavoro, rispettando le proprie passioni e consapevoli di essere parte di un quadro più ampio. Il nostro pianeta è fagocitato dal nostro sistema economico, esserne consapevoli e comportarsi di conseguenza, soprattutto nella sfera lavorativa, è il primo passo per realizzare sé stessi, nel settore più attinente ai nostri interessi, lavorando per vivere e non viceversa.”

 

Qual è il tuo metodo formativo?

 

“Il mio metodo, che portiamo avanti all’interno di Knowmads ,si basa su alcuni punti imprescindibili, ed è questo metodo che promuovo quando vengo chiamato nelle scuole, nelle imprese o in corsi e collaborazioni esterne, come questa all’interno del progetto INN-Veneto. Infatti, per trovare il lavoro che ci può rendere felici, che vogliamo davvero, dobbiamo: 

1)   come detto prima, essere consapevoli di far parte di un quadro più ampio. Rispettare il pianeta, pretendere che l’azienda in cui lavoro lo faccia, è il primo passo per ambire alla felicità, dentro e fuori l’ambiente lavorativo. Come potremmo essere liberi, fare un lavoro che amiamo, se distruggiamo la nostra casa?

2)   ascoltare il proprio corpo. Il cervello è meno intelligente, meno smart, di tutto il nostro corpo messo insieme, dobbiamo ascoltarlo per evitare di portare avanti situazioni di stress, prima del burnout, prima che possano lasciare, anche a livello fisico, segni indelebili. Inoltre, ascoltare il proprio corpo è fondamentale nelle relazioni: un manager che tocca una collaboratrice potrebbe metterla sotto pressione, manipolare le sue risposte, affrettarle, proprio perché lei vuole solo liberarsi da quel contatto. Altre volte, limitare la distanza, cercare il contatto fisico, può abbattere le barriere. Per capirlo, per capire noi stessi e gli altri, è necessario dare attenzione a questi aspetti, alla nostra fisicità.

3)   quando stiamo cercando un lavoro, quando siamo disoccupati (anche io lo sono stato), mai fermarsi. Dedicarsi a progetti che amiamo, attinenti al settore nel quale vorremmo lavorare. In questo modo, da un lato accumulo esperienze che potrò inserire nel mio curriculum rafforzando la mia posizione, dall’altro mi interfaccio con vari partner, entro in community e network che allargano le mie conoscenze, dentro alle quali posso portare valore e trovare nuovi spunti, nuove competenze che mi aumenteranno le mie possibilità lavorative.”

 

Un metodo che ognuno di noi può rielaborare. E come si inserisce nella tua esperienza di formatore il progetto Flourish Gaia? Ce ne parli? 

 

Si tratta di una ONG registrata negli Stati Uniti che punta, soprattutto, a portare nelle scuole l’educazione ambientale, per rendere consapevoli i bambini dei problemi che stiamo affrontando, perché siano in grado di risolverli. Per cambiare i programmi scolastici ci vorrà molto tempo, trattandosi di passaggi formali complicati e che coinvolgono molte personalità, ma è possibile trasmettere conoscenza e curiosità tra i più piccoli e fare in modo che siano proprio loro a pretendere maggiori informazioni dai loro insegnanti, dai loro genitori. Per farlo abbiamo deciso di proporre azioni semplici, consigli quasi banali, che in realtà possono fare la differenza, ad esempio: scrivere su un foglio tutte le domande cui non trovano risposta, fissando quel foglio in classe. A quel punto l’insegnante non potrà più evitare le domande e dovrà cercare le risposte. Questo, per altro, è un consiglio utile anche per chi lavora in un ufficio o per chi vuole porsi degli obiettivi personali. 

Quindi continuiamo a promuovere un certo modo di fare educazione (a model of integral education), focalizzandoci sulla grande questione ambientale.

 

 

Quali sono le principali difficoltà che incontri portando avanti i tuoi progetti? E quelle che hai colto nel contesto italiano?

 

Non limitare l’idealismo dei giovani, evitare che questa forza sia disinnescata durante il percorso scolastico, e che quindi sia nulla quando entrano nel mondo del lavoro, è il problema più grande. Spesso, quello che devo fare è ri-educare gli adulti, e non è un caso che siano giovanissimi i promotori delle recenti iniziative sul clima: non ancora limitati, inglobati, dal sistema. Quando poni il problema ambientale in una classe e qualcuno ti risponde “allora perché non vai a vivere su un’isola deserta?” cogli la gravità di questo indottrinamento. 

In Italia questo aspetto mi sembra ancora più problematico: venendo qui mi sono ritrovato in aereo con una classe di liceali. Ho provato a parlare con la ragazza seduta di fianco a me ma non capiva l’inglese, allora ho chiesto alla ragazza di fronte: “cosa state facendo a scuola riguardo i problemi ambientali?” mi ha parlato di qualche gita, di attività extrascolastiche, ma molto confuse e di cui lei stessa non comprendeva pienamente l’utilità. In Olando qualcosa sta avvenendo, in Italia siamo ancora indietro, e non c’è più tempo da perdere.

 

Fare squadra sembra fondamentale. Quanto è importante il network intorno a noi? Cosa hai trovato qui in Veneto?

Il network è fondamentale, ma va affrontato, ingaggiato, nel modo giusto: non entro in un network nuovo per cercare lavoro ma per portare valore e trovare nuove conoscenze. In questo modo potrò ampliare costantemente i miei contatti, conoscendo persone diverse, aumentando le mie competenze, e quindi potendo portare con me altro valore. Il mio network è molto vasto, conosco persone in tutto il mondo, ma l’approccio è sempre lo stesso: che si tratti di un gruppo di filosofi o di un festival su meditazione e spiritualità, provo a portare qualcosa di mio e ad imparare qualcosa di nuovo. Venendo al Veneto, ho trovato una regione piena di giovani intraprendenti e che fanno impresa, green e responsabile. Certo, siamo tutti collegati, quindi servirebbe fare di più: finché arrivano grandi navi in centro a Venezia o cargo dalla Cina è dura che le cose possano cambiare davvero.