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2019-09-18 10:22:08

L’Africa di Kinabuti: dalla moda sostenibile alla micro-imprenditoria. L’intervista a Caterina Bortolussi

Cesare Granati


“Io avevo un sogno, fin da bambina” ed inseguendo quel sogno Caterina Bortolussi, insieme alla sua socia Francesca Rosset, ha creato Kinabuti, una linea di moda nata per favorire la crescita di giovani donne nigeriane nel settore fashion. Un punto di partenza che oggi le permette di lavorare in diversi Paesi dell’Africa Occidentale per sviluppare la micro-imprenditoria, rivolgendosi ai giovani, formati per realizzare i loro sogni. 

 

Come sono arrivate due donne friulane, di Spilimbergo, in Africa? Su cosa state lavorando?

 

"Nel 2006 vivevo a Londra, sono arrivata in Nigeria per lavoro e non me ne sono più andata. Ho fondato una società con altre due amiche, ma volevo lanciare una linea di moda, Kinabuti, e quando Francesca è arrivata, anche lei per lavoro, anche lei in cerca di nuovi stimoli, ha creduto nel mio progetto e nel 2010 siamo partite. L’obiettivo, fin da subito, era favorire lo sviluppo sostenibile e una catena del valore, ma anche promuovere in Nigeria l’imprenditorialità, giovane e femminile. Abbiamo cominciato con un progetto rivolto a modelle, per poi insegnare a cucire, disegnare abiti, in varie zone della Nigeria: creare una linea di moda per favorire la crescita locale, per avere un impatto. Siamo partiti dalla moda, dal mio sogno, per arrivare ad altri settori, ad esempio quello dell’agricoltura, delle nuove tecnologie, e ci piacerebbe arrivare anche ad altri settori. Non solo negli Stati principali come Lagos, ma anche in quelli più piccoli e periferici. Formare i giovani nei loro territori d’origine per sviluppare catene del valore già esistenti. 

Tutto questo oggi ci ha portato al progetto DARE TO DREAM (D2D): un format tipo talent itinerante, in diverse scuole e università, non solo per cercare talenti ma anche per formare i giovani e per fornire loro quelle skills, dall’utilizzo delle tecnologie digitali all’organizzazione aziendale, utili per avviare progetti di autoimprenditorialità."

 

 

Un progetto in costante evoluzione. Ma quali sono le difficoltà maggiori che avete incontrato?

 

"Facciamo molta fatica a raggiungere l’indipendenza a livello economico. Infatti, dopo i primi grandi investimenti iniziali sulla linea di moda, con capitali propri, oggi ci concentriamo soprattutto sulla formazione, siamo a tutti gli effetti un’impresa sociale, collegata da sempre anche ad una no-profit, entrambe registrate in Nigeria. Per i progetti, quindi, cerchiamo e otteniamo finanziamenti a livello locale, da enti pubblici e imprese private, ma ci stiamo spostando anche su fondi internazionali. 

Detto questo, ottenere i fondi necessari non è sempre possibile: quest’anno non è ancora partito DARE TO DREAMQuesto è il problema più grande, e forse anche l’unico. Infatti, grazie a tanti anni sul territorio, la conoscenza dell’Africa occidentale e quindi la possibilità di esportare i nostri progetti in altri Paesi, riusciamo a collaborare con molte realtà locali, ONG, associazioni. Certamente ci sono problematiche di gestione, ma sono tutte superabili, grazie all’esperienza e alla rete costruita sul territorio."

 

E guardando al futuro, quali sono i vostri progetti? Arrivare in altri Paesi?

 

"Siamo già in Costa D’Avorio e Burkina Faso, dove siamo consulenti ONU sul fronte fashion, riallacciandoci alla Ethical Social Initiativee l’anno prossimo saremo in Uganda. Il nostro obiettivo è quello di continuare ad esportare il modello, in particolare DARE TO DREAM perché è il progetto più completo, che genera l’impatto più grande. Chiaramente, quando si lavora con altri enti devi puntare a risultati in linea con i loro obiettivi, ma siamo sempre attente alle richieste che arrivano dal territorio. Lo ascoltiamo, parliamo con i giovani, per trasformare il risultato dell’ascolto in formazione efficace, volta allo sviluppo dell’imprenditorialità locale. Sia dentro che fuori dalla Nigeria partiamo sempre con dei sondaggi: cosa fanno i giovani, quali sono i loro interessi, e per capire quali sono le richieste specifiche in quel determinato contesto, intercettiamo le aziende locali oltre agli altri players locali (scuole, istituzioni, università)."

 

 

Quanto è importante per voi il network locale? Quali impatti può avere per il vostro territorio di origine, il triveneto, quello che state facendo in Africa?

 

"È molto importante integrarsi con un network, un ecosistema, già esistente. È impossibile creare imprenditoria senza integrarsi con un sistema di domande e di infrastrutture territoriali, quando questo avviene si moltiplicano le possibilità di creare valore. 

Chiaramente l’impatto c’è anche per in territori fuori dal continente, in particolare per le conseguenze che i nostri progetti possono avere sull’immigrazione illegale, che cerchiamo di limitare. Dando la possibilità a questi giovani di lavorare, di avere successo nel Paese d’origine, evitiamo che fuggano: le persone che emigrano illegalmente spendono grandi capitali con la speranza di arrivare in Europa, dove però praticamente non hanno nessuna possibilità di realizzarsi. Grazie a progetti come DARE TO DREAM, invece, hanno la possibilità di farlo rimanendo nel proprio Paese, anzi, nella propria regione, contribuendo ad uno sviluppo sostenibile e collettivo. 

Venendo al triveneto, oltre a quanto detto sulle dinamiche migratorie, il rapporto non è solo collegato all’impatto ma anche all’origine del modello che stiamo esportando, che è il medesimo: il modello di sviluppo è quello della micro-imprenditoria, il vero motore del Triveneto, una delle regioni con il più alto tasso di crescita a livello europeo. Questo è il modello cui ci rifacciamo: sviluppare la micro-imprenditoria per creare sistema."