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2019-09-05 17:02:56

Gianluca Segato INN-VENETO, ecosistema e big data per fare impresa e creare lavoro

Cesare Granati


Gianluca Segato, classe ’93 è co-founder e CEO di Uniwhere “azienda che vuole aiutare i giovani universitari e neo-laureati ad entrare nel mondo del lavoro, in modo più semplice e consapevole” 

Vive a Berlino dal 2016, dove ha trasformato un progetto imprenditoriale in “una vera azienda”. Fuori dall’Italia ha trovato l’ecosistema dove fare impresa in “modo diverso”, dove “scalare rapidamente” il proprio business “e avere un impatto sulla vita di molte persone”. 

“Oggi il nostro obiettivo è utilizzare i big data e gli algoritmi intelligenti per aiutare la nostra audience” la community che utilizza l’app di Uniwhere “a comprendere meglio la disconnessione tra il mondo della formazione e quello del lavoro, che inizialmente viene considerato completamente estraneo.” 

 

Quindi, attraverso la tecnologia, riesci a generare un importante impatto sociale per la vostra community. Questo aspetto, dell’impatto sociale, è stato un punto di partenza? 

 

“Originariamente Uniwhere è nata per aiutare lo studente universitario a gestire la propria carriera accademica. Prima di tutto perché io avevo quel bisogno, quel problema: ero uno studente universitario, studiavo economia a Padova, e quindi mi sono domandato come risolverlo. L’app si è diffusa subito a macchia d’olio e ci siamo resi conto che utilizzando quello strumento, tramite la tecnologia e i big data, potevamo aiutare in modo molto più profondo la nostra audience. Non solo gestendo dal cellulare l’università ma ottenendo tutte quelle informazioni che possono essere utili per affrontare nel migliore dei modi il mondo del lavoro. Il percorso è stato questo: abbiamo creato qualcosa per gestire l’oggi, poi abbiamo capito che potevamo utilizzarlo per impostare il domani. E a quel punto ci siamo attivati per realizzare quella visione.” 

 

I big data per rispondere alle necessità della community, della società. Perché avete deciso di puntare su questa tecnologia?

 

“Ho iniziato a scrivere codici alle medie, il computer è quasi un’estensione di me stesso, un terzo braccio. Affronto tutto, ogni aspetto della mia vita, attraverso il computer, attraverso la tecnologia. Quindi, quando abbiamo individuato un bisogno particolare e abbiamo capito che era possibile superarlo utilizzando un mezzo tecnologico, per gli altri particolarmente di moda e per noi il pane quotidiano, è stato naturale pensare di metterlo a disposizione della community per raggiungere l’obiettivo. È stato sicuramente un processo, non è avvenuto dall’oggi al domani, ma sul piano tecnologico le difficolta con cui ci siamo confrontati sono state soprattutto di mera execution: con il giusto team e le giuste skill, la tecnologia riesce ad emergere. Le difficoltà vere che si incontrano quando si fa start-up sono altre, in particolare, confrontare le tue assunzioni con la realtà là fuori. E la realtà alcune le conferma altre le smentisce.”

 

Un processo e un metodo di lavoro, un modo di fare impresa. Ce ne parli? 

 

“Capire come rendere fruibile un determinato prodotto, o un certo tipo di informazione in modo semplice e intuitivo, lo puoi fare solo portando fuori la tua assunzione. Solo così puoi capire cosa hai fatto di sbagliato e lo puoi eliminare per investire su quello che funziona. Questo è il vero processo di crescita, che è il processo di crescita di un’azienda come la nostra, di una start-up, e non è un percorso lineare. Quando fai start-up stai lavorando per creare un’azienda che può impattare su milioni di persone, addirittura miliardi, attraverso un determinato prodotto. E questa cosa non avviene mentre stai seduto semplicemente perché hai una buona idea, avviene dopo prove ed errori, aggiustamenti e investimenti. Si tratta di una metodologia che da un lato è infallibile, dall’altro è crudele: praticamente ti fai del male ogni giorno, ed è l’unico modo per arrivare all’obiettivo.”

 

Quali sono stati gli step decisivi?

 

“Il primo momento importante è stato quando, dopo mesi di lavoro, ho pubblicato l’app e ho sentito due amici per chiedere un parere, senza dirlo ad altri. Dopo tre settimane, erano già centinaia di persone ad utilizzarla e così ho capito che poteva funzionare. Un altro momento di svolta è stato quando i miei co-founder, Giovanni Conz e Federico Cian, hanno accettato di lavorare con me e, infine, quando abbiamo fatto il nostro primo round di investimenti andando a Berlino, quando l’app ha smesso di essere un nostro progetto per diventare una vera azienda.” 

 

Una buona idea, un team coeso e investitori illuminati. Un sistema che crede in te, è questo che hai trovato a Berlino? 

 

“Lì abbiamo trovato investitori di professione, non italiani, che hanno creduto nella nostra idea investendo praticamente a fondo perduto. Ma non è stato solo l’investimento economico a fare la differenza, quello che ho apprezzato di piazze come Berlino (Londra, USA e oggi la Cina) è la metodologia di lavoro, il know-how, che non è proprio solo degli imprenditori, ma di tutto l’ecosistema: clienti, investitori, dipendenti e partner, sono abituati ad interagire con business fortemente innovativi, potenzialmente rischiosi, con un certo modo di fare start-up.”

 

E oggi che torni in Italia grazie ad INN-VENETO, che tipo di situazione trovi? Quale contributo pensi di portare?

 

“In Italia, questo modo di fare le cose, di fare impresa, è arrivato solo a Milano. In Veneto siamo ancora lontani da questo approccio, non solo gli imprenditori ma le persone più in generale. Quindi, per favorire il cambiamento, prima che la tecnologia, bisognerebbe portare questo modo di fare start-up, l’unico che permette di scalare il business rapidamente e su larga scala, fuori dalle logiche della PMI. Solo chi è già stato dall’altra parte può farlo, raccontando la propria esperienza. Penso che il mio contributo potrebbe essere proprio questo, spiegare e raccontare come altre realtà agiscono e che tipo di impatto riescono ad avere. In Italia e in Veneto non mancano le risorse, il punto è cambiare il modo di fare le cosa nel giusto ecosistema.”